Er Padre

scritto da Domenico De Ferraro
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: Er Padre
di Domenico De Ferraro

 

ER PADRE

 

 

All’origine er  Padre nun aveva  nome. O forse sì, ma l’ aveva  cambiato così tante vorte che ormai non sapeva più quale era il suo vero nome . All’inizio era luce, ma na luce strana, mica quella der sole: era più come una fiamma acceso nel buio, come quanno chiudi l’occhi e vedi ancora la vita che pulsa nell’oscurità dell’infinito . Senti cosi di far parte di un universo infinito, senti la forma del tuo pensiero, elevarsi , creare la materia. Senti il sogno plasmare la realtà. Senti di essere solo al centro dell’universo senza alcun scampo .

 

“Annamo,” disse il Padre  o forse  lo pensò solo  e da lì nacque  tutto. Nacquero le stelle ed i pianeti, nacquero  la luce e l’oscurità.
Ma ne il primo ne il secondo avevano  un nome.

 

All’inizio nun c’era niente, solo lui il padre che se  muoveva  nell’eternità, annoiato come uno che aspetta l’autobus che nun passa mai. Allora lo spazio prese a muoversi , poi er tempo, poi la materia, presero una certa forma ed un loro nome. Mentre il padre  come uno che apparecchia la tavola senza sapé ancora che cucinerà. Si preparava a creare il resto dell’universo. Forse a creare creature simili a lui . Poiché egli non aveva ne nome ne forma ogni cosa pensasse la sua energia creava soggetti partoriti dal  suo pensiero , assai simili a se stesso.

 

“Vedemo che esce,” borbottava spesso . Di certo qualcosa di buono nascerà prima o poi  , qualcosa di assai simili a me stesso , simili al padre al figlio e allo spirito santo che è la donna ossia egli stesso.

 

Cosi  uscirono le stelle. Miliardi. Costellazioni , microcosmi e macrocosmi , infiniti  universi d’infinita bellezza .
Un casino a vedere  in vero che manco con  er raccordo anulare nell’ora de punta se può paragonare.

 

Ogni stella era na scintilla sua, ma nun je somigliava tanto davvero. Er Padre cambiava già allora: a vorte pareva un vecchio stanco, a vorte un ragazzino che ride senza motivo, a vorte un’ombra lunga quanto l’universo stesso. A volte un essere mostruoso , altre volte un essere d’immenso  amore.

 

Poi vennero li pianeti. Poi la  scintilla della vita. Il Big ,Bag .

 

E lì, er Padre se fermò.

 

“Questa è interessante,” disse, guardando le  cellule che se dividevano come pettegolezzi tra vicini. E allora cominciò a entra’ dentro le cose: diventò acqua, diventò pietra, diventò radice che spacca la roccia piano piano, senza fretta.

 

Ma soprattutto diventò padre.

 

Non di  un solo essere vivente .Ma di tutti gli esseri viventi nell'universo.

 

Cosi ogni vorta che una creatura  guardava un figlio e pensava.  Però me somiglia ?”, quello era lui.
Ogni vorta che una mano tremava prima de lascia’ andare la sua creatura, quello era lui pure.

 

Passavano i secoli, e lui cambiava ancora. Si continuava a non sapere il suo  vero nome .

 

Fu re, fu schiavo, fu madre pure — perché tanto, pe’ lui, le differenze sono effimeri ’ dettagli.
Fu guerra e fu carezza. Fu pure silenzio, quello pesante che resta dopo che qualcuno se n’è annato all’altro mondo .

 

E più cambiava, più se consumava la sostanza della creazione.

 

Perché ogni forma che nasceva  je lasciava addosso na crepa, come la vernice che se scrosta dai muri vecchi. Ma lui nun se fermava mai.

 

“Ancora un  altro passo avanti  ,” diceva. “Ancora un  altra  creazione.”

 

Arrivarono le macchine.

Arrivarono le città che nun dormono mai.

Arrivarono le navi che bucavano er cielo e annavano oltre, dove pure le stelle , stanno  in  silenzio.

 

E pure lì, lui c’era. Lui c’era sempre lo potevi percepire sentire perfino dentro di te.  Di lui sembrava conoscere ogni  cosa
Ma  la cosa più semplice di lui era non sapere  che nome avesse.

 

Dentro li circuiti. Dentro li pensieri sintetici.

Dentro quell’ansia strana de chi crea qualcosa che forse je sfuggirà de mano.

 

Un giorno  o forse fu l’ultimo  er Padre se ritrovò solo.

 

Le stelle se spegnevano una a una, come lampioni rotti.

Lo spazio diventava freddo, ma di un freddo senza rabbia, senza niente.

 

“E mo?” chiese, ma nun c’era nessuno a risponde alla sua stupida domanda.

 

Allora capì.

 

Che lui nun era solo l’inizio. Era pure la fine.

 

Se sedette sopra la falce della luna ed aspettò ,  se così se può di’, rimase  sopra l’ultimo granello de materia rimasto, e sospirò.
Un sospiro lungo quanto tutto quello che era stato creato fino ad allora. .

 

“Però nun è male,” disse piano. “ lo Rifamo.”

 

E mentre tutto collassava dentro e fuori , er Padre cambiò ancora forma e nome.

Non più luce.

Non più carne.

Non più pensiero.

 

Solo  un nuova possibilità di essere se stessi .

 

E nel buio totale, prima che tutto ricominciasse, si sentì appena un sussurro, come na promessa detta tra sé e sé:

 

“Daje…ricominciamo  un’altra vorta.” Cosi  er rapporto tra er Padre e li figli nun fu mai  uguale, perché lui stesso non era  mai stato lo stesso. È questo er punto: ogni epoca gli da un nome je cambia er modo d’amà, de capì, de sbajà.

 

All’inizio, gli uomini lo vedevano  come uno che ha appena scoperto er fuoco. Meraviglia pura. Ogni  sua creatura era na sorpresa, ogni gesto na rivelazione. Nun interveniva quasi mai: osservava, curioso, come se pure lui stesse imparando.

 

“Vedemo che ve inventate di fare ,” pensava.

 

In quell’epoca  remota era un padre lontano, quasi assente. Nun per cattiveria, ma perché credeva che lascià spazio ai figli , fosse la forma più alta d’amore. E infatti li figli crescevano storti, violenti, bellissimi e crudeli insieme. Lui guardava e taceva, e quel silenzio era già na scelta.

 

Poi venne er tempo della voce.

 

Cominciò a parlà alle creature che aveva faticosamente creato . Attraverso sogni, profeti, intuizioni improvvise.
Nun era mai diretto, mai chiaro fino in fondo  parlava come parla uno che spera de essere capito senza esporsi troppo.

 

“Nun ve fate male,” suggeriva. “Oppure fatelo, ma ricordate perché lo fate .”

 

Li figli però lo capivano male, o lo capivano troppo. E lì nasceva  er conflitto d’interesse , il desiderio del  sesso, e dell’essere più forti , più belli , più ricchi.

 

Alcuni lo amavano come un Dio, altri lo temevano come un giudice, altri ancora lo negavano. Ma lui, in fondo, restava sempre Il padre: s’ arrabbiava, sì, ma era più delusione che rabbia.

 

Col passàre dei secoli, er rapporto se fece sempre  più complicato. Li figli crescevano.
E quanno li figli crescono, iniziano a guardà er padre negli occhi e a dì: “Ma te, chi sei davvero?”

 

E lui, a quella domanda, nun sapeva mai risponde allo stesso modo.

 

A vorte diventava severo, quasi crudele. Imponeva limiti, distruggeva ciò che sfuggiva troppo ai diversi significati .
Come uno che, per paura de perdere  tutto, stringe troppo forte e finisce per rompe le uova nel paniere.

 

Altre vorte invece se faceva piccolo. Entrava dentro de loro senza farsi vede: diventava dubbio, coscienza, rimorso.
Non comandava più  suggeriva appena.

 

“Pensace,” diceva piano. E spesso nessuno lo ascoltava.

 

Poi arrivò er tempo in cui li figli smisero proprio de cercallo.

 

Macchine, scienza, stelle conquistate ,ormai nun avevano più bisogno de un padre. O almeno così credevano.

 

E lì, er Padre cambiò ancora, nome e forma. Nun sparì. Improvvisamente se trasformò in qualcosa altro che non aveva ne nome ne forma.

 

Diventò nostalgia. Diventò quella sensazione strana che te prende quanno guardi er cielo e pensi che manca qualcosa, ma nun sai cosa.

 

Era sempre lì, dentro di te  ma senza più ruolo.Di nuovo senza nome.  E per uno che è stato origine de tutto, questa è forse la forma più dura:  sentirsi ed essere  inutile.

 

Eppure, proprio  in quel particolare momento , successe la cosa più sincera dell’intero ciclo della  creazione .

 

Perché senza più aspettative, senza più adorazione né rifiuto, senza preghiere, er Padre cominciò ad amà davvero li figli per quello che erano. Non progetti, non errori, non riflessi de sé.  Ma persone.

 

E quanno li figli iniziarono a spegnese, uno dopo l’altro, tra stelle morte e civiltà consumate, lui tornò ad essere se stesso
Non come Dio, non come guida.

 

Come presenza. Silenziosa. Onniscente.

 

Stava accanto a ogni essere vivente , come un padre che sa nun può salvàre , ma manco andarsene via.

 

“Sto qui,” sembrava di’. “Pure se  sapeva di nun servire a niente.”

 

E forse è proprio questo er punto più umano de tutti: che er Padre, alla fine, ha imparato dai figli. Che amare nun è creàre , né controllàre , né salvàre. È restare accanto dai primi agli ultimi  come un vero padre vicino  a chi  ha imparato ad amare per davvero.

Er Padre testo di Domenico De Ferraro
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